film, Georgia 2014, 101', colore
regia di George Ovashvili
Vincitore del Gran Prix al festival di Karlovy Vary 2014
Sul fiume che segna il confine naturale e contrastato tra l’Abkhazia e la Georgia, isole itineranti si formano e si disfano a seconda delle stagioni e dei capricci degli elementi. Avventurosamente, un vecchio contadino e sua nipote si installano su questa terra di nessuno, per coltivarvi il necessario per sopravvivere all’inverno, ma i pericoli sono molteplici.
Corn Island è un’opera cinematografica di struggente bellezza in cui si mescolano e si uniscono temi e problematiche differenti tra loro: il costante ed infinito rapporto conflittuale tra uomo e Natura, le rivalità etniche e geopolitiche e il tumultuoso sviluppo dell’adolescenza.
Un gioiello di rara bellezza, che non smarrisce mai la strada perdendosi nella rapita osservazione degli elementi naturali a sua disposizione. Film liminare tra finzione e documentario, fa del confine tra uomo e natura, tra infanzia ed età adulta, il suo terreno da coltivare, per trarne preziosissimi frutti.
Hanno detto del film:
Una contemplazione poetica sull’umanità. – Twitchfilm
Il regista georgiano tesse una potente fiaba di vita e di morte con ingredienti semplici, quasi senza parole. − The Hollywood Reporter
Il film di Ovashvili riesce ad essere sorprendentemente coerente e omogeneo, ogni suo aspetto è sotto il suo controllo.− Screendaily
Un film ruvido e duro, pieno di spigoli, come le vite dei protagonisti persi su un’isola effimera.− La Terre éphémére – la critique
UNA RECENSIONE
Il rapporto tra l’uomo e la natura è uno degli oggetti privilegiati del cinema, contemporaneo e non. Werner Herzog ci ha costruito su un’intera filmografia, senza sbagliare un colpo, il blockbuster anni ’90 ne ha fatto largo uso per incarnare timori e tremori di fine millennio. Senza dimenticare poi le esplorazioni storico-sociali ed etnografiche di cineasti come Jeff Nichols, Lav Diaz, mentre dalle nostre parti poi, il rapporto tra la figura umana e il paesaggio è stato esplorato recentemente dal cinema di Michelangelo Frammartino. Nel caso specifico qui in oggetto poi, è impossibile non pensare al capolavoro di Kaneto Shindo L’isola nuda (Naked Island, 1960), con la sua temporalità scandita dal tempo della natura e da quello dell’operosità umana. Al centro di Corn Island (Simindis Kundzuli), pellicola firmata dal regista georgiano George Ovashvili e in concorso al Trieste Film Festival 2015, troviamo infatti proprio un’isola e oggetto precipuo di indagine sono il lavoro dell’uomo e degli agenti naturali.
La location, fotografata mirabilmente in 35 mm, domina indubbiamente la scena nel film di Ovashvili e determina il fluire della narrazione, ma anche l’essere umano fa la sua parte. Tutto si svolge sul fiume Inguri, confine naturale tra la Georgia e la Repubblica di Abcasia, dove ogni primavera si formano delle isole che, composte da zolle di terreno trascinate dalle acque, sono destinate a essere sommerse in autunno. Ma la loro durata è perfettamente funzionale ai contadini locali, che riescono in quei mesi a coltivare e raccogliere il granturco, garanzia di sostentamento per il rigido inverno a venire.
Protagonisti “umani” di questa vicenda stagionale, sono un anziano contadino e la sua nipote adolescente; seguiamo per gran parte del film le loro azioni, immergendoci nel ritmo scandito e regolare di un’operosità che prosegue senza sosta e, per gran parte del tempo, senza dialoghi.
Ma a Ovashvili non basta catturare e incantare il nostro sguardo con la forza deflagrante del paesaggio – oggetto ora di fluide carrellate dall’acqua, ora di tesi movimenti di macchina a mano o di abbaglianti controluce al tramonto – ecco allora che la sceneggiatura di Corn Island si rivela altrettanto solida e potente quando, attraverso una serie ben calibrata di “colpi di scena”, va ad arricchirsi di elementi drammatici e simbolici forti, dal potenziale tragico esplosivo.
Tre sono i fondamentali pericoli in agguato, pronti a contrastare l’obiettivo dei due protagonisti: da un lato abbiamo la natura effimera dell’isola, che potrebbe sgretolarsi da un momento all’altro e mandare in rovina il raccolto, dall’altro c’è la presenza costante sul fiume delle motovedette dell’esercito regolare georgiano alla ricerca dei ribelli. E poi c’è un altro aspetto della natura foriero di tumultuosi sviluppi: è l’adolescenza incipiente e inarrestabile della ragazza. Quando sull’isoletta sbarcherà un ribelle gravemente ferito, i reagenti, accuratamente approntati, innescheranno una miscela esplosiva.
Fa capolino di quando in quando, in Corn Island, qualche leggera forzatura “fictionale”: un movimento di macchina che attraversa dal basso i primi pilastri della capanna edificata dal nonno e ci palesa la presenza dell’autore, qualche gesto o espressione dell’anziano protagonista è un po’ troppo “recitata” e un erotismo insistito nella contemplazione del corpo “in transito” della ragazza rivela la volontà, sempre calata dall’alto, di incrementare la tensione del racconto. Ma si tratta di brevi istanti, di peccati veniali immediatamente riassorbiti nell’incanto visivo e nel solido tessuto narrativo del film.
Vincitore del Gran Prix e del Premio della Giuria Ecumenica al Karlovy Vary 2014, Corn Island è un gioiello di rara bellezza, che non smarrisce mai la strada perdendosi nella rapita osservazione degli elementi naturali a sua disposizione, ma lavora invece alacremente sottotraccia per incasellarli in un racconto sospeso tra il coming of age e la metafora politica e storico-sociale.
Film liminare tra finzione e documentario, fa del confine tra uomo e natura, tra Georgia e Abcasia, tra infanzia ed età adulta, il suo terreno da coltivare, per trarne preziosissimi frutti.
Daria Pomponio
fonte: Quinlan
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