documentario, Svizzera, Italia, 2025, 83'
regia di Valerio Jalongo



LA STORIA

Che cosa accomuna una compagnia di danza e un centro di robotica? Dalla troupe della coreografa Sasha Waltz, dove singoli ballerini imparano a muoversi come fossero un unico corpo, alle macchine dell’ETH Zurigo controllate dall’IA e allenate a coordinarsi passo dopo passo, il film segue un’unica idea, quella dell’intelligenza collettiva, proiettata nel futuro.

Girato in oltre dieci città tra Europa, Stati Uniti e Giappone, il film mette in dialogo neuroscienziati, filosofi, artisti e robot umanoidi per interrogarsi sul futuro dell’umanità di fronte a una tecnologia che sta ridefinendo le nostre vite. Protagonisti del film sono pensatori e innovatori di fama mondiale, tra cui Antonio Damasio, Andrea Moro, Rob Reich, Refik Anadol, Hany Farid, Rainer Goebel, Sasha Waltz, Sougwen Chung, e i robot Anymal e Ameca che mostrano i punti di contatto tra ricerca neuroscientifica, arti performative e robotica avanzata.
 
Lontano dall’attuale enfasi mediatica sull’argomento, il documentario umanizza la tecnologia e propone l’I.A. come strumento da plasmare insieme. Lucido e ottimista Wider Than the Sky mappa il confine dove arte, scienza ed etica si incontrano alla ricerca di un’intelligenza più umana.


Il film s'ispira a una poesia di Emily Dickinson, "The Brain - Is Wider Than the Sky" ("il cervello è più ampio del cielo") e riflette - con linguaggio visivo altrettanto poetico e per associazione di immagini - sul funzionamento dell'immaginazione e sull'applicazione delle emozioni alla costruzione di una nuova intelligenza collettiva, che faccia sintesi di competenze diverse. Il principio guida è che il cervello parla innanzitutto con sé stesso, e per illustrarlo, Jalongo sfrutta molte immagini che partono da elementi naturali, in altissima definizione, innervate di luce, vita, pulsazione.



NOTE DI REGIA

Abbiamo mappe della Terra dettagliate fino al centimetro. Mappe dell’universo risalenti a un miliardesimo di secondo dopo il Big Bang. Abbiamo mappe precise di tutto… tranne che dei nostri cervelli. Ora, per la prima volta, ci stiamo avvicinando alla creazione di una mappa 3D di quello che viene definito l’oggetto più complesso dell’universo: il cervello umano. Per anni, un’ampia comunità internazionale di neuroscienziati, lo Human Brain Project, ha collaborato a questo compito gigantesco.

Ma tracciare territori sconosciuti è rischioso: le mappe possono servire anche a scatenare guerre di conquista, ad affermare proprietà e sfruttamenti. Lo sviluppo dell’A.I. deve molto a ciò che stiamo scoprendo sul cervello umano. E se invece trovassimo che questa tecnologia perfeziona strumenti di controllo politico e sociale, dando a pochi privilegiati una sorta di “sguardo divino” su tutto? E se aiutasse a concentrare la ricchezza nelle mani di pochi? E se rendesse la guerra ancora più letale?

L’intelligenza artificiale è già utilizzata per creare un divario di potere senza precedenti nella storia. Il suo uso indiscriminato potrebbe generare un mondo disumanizzato di topi e uomini, dove chi si oppone al potere dominante è costretto a vivere sottoterra, privato di tutto per sfuggire al controllo. H.G. Wells scrisse che la nostra civiltà è impegnata in una corsa tra conoscenza e catastrofe. Una società a scatola nera, dove algoritmi oscuri governano le nostre vite, potrebbe far pendere l’ago della bilancia verso il disastro.

Wider than the Sky mi ha reso consapevole della vera natura dell’intelligenza artificiale: presentarla solo come miracolo tecnologico fa parte della menzogna che ne legittima la privatizzazione. La verità sta invece dove nessuno guarda, in una dimensione opposta: l’A.I. sarebbe nulla senza tutta la conoscenza che l’umanità ha creato nella sua storia. Per questo, essa appartiene all’intera umanità, per la sua origine profondamente spirituale.

Dovremmo smettere di definirla “artificiale” e forse chiamarla “intelligenza collettiva”. Abbiamo già un grande modello da seguire: gli scienziati e gli artisti che collaborano in squadre internazionali, scambiando esperienze e conoscenze liberamente, senza altra affiliazione che quella della razza umana, senza altro scopo che il bene dell’umanità. Questa è la base di una A.I. “affidabile” e probabilmente anche il miglior antidoto contro i rischi di una società a scatola nera.



RECENSIONE

"Wider than the Sky" arriva nei cinema in un momento in cui il dibattito sull’intelligenza artificiale oscilla tra entusiasmo acritico e timori apocalittici. Il film sceglie una strada diversa, proponendo una riflessione visiva e concettuale su cosa significa davvero "intelligenza": come possiamo comprendere le macchine se non conosciamo bene il funzionamento della nostra mente?

Attraverso un montaggio che alterna esperimenti scientifici, coreografie di danzatori e interventi di neuroscienziati, il documentario costruisce un racconto in cui la creatività collettiva diventa metafora di un’intelligenza che non è solo individuale o artificiale, ma frutto di un sapere condiviso. l’IA, alimentata dall’umano, non é quindi solo calcolo, ma anche espressione di una capacità creativa che nasce dall’incontro di menti, corpi e culture. È il risultato di un processo umano collettivo, accumulati nel tempo. La domanda centrale, allora, non riguarda tanto le potenzialità tecnologiche, quanto l’uso che ne faremo: per accentrare il potere o per costruire una società più equa, in cui tecnologia e empatia possono coesistere?

“Wider than the Sky" non fornisce risposte definitive, ma invita a una riflessione: l’IA non è un destino inevitabile, ma uno strumento che possiamo e dobbiamo ancora plasmare. Un invito a guardare alla IA non con paura o entusiasmo acritico, ma con consapevolezza e responsabilità.

MyMovies - 20 febbraio 2026