documentario, Francia, Belgio, 2025, 80’ 
regia di Cristophe Cotteret





LA STORIA

Nel marzo 2024, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi Occupati, ha denunciato un genocidio a Gaza. Seguendo i suoi passi tra missioni, incontri istituzionali e pressioni politiche, questo documentario ci porta nel cuore della crisi delle Nazioni Unite, messa di fronte alla propria incapacità di impedire il massacro dei civili. Attraverso interviste, materiali d’archivio e il dietro le quinte del lavoro diplomatico, il film racconta il difficile equilibrio tra diritto internazionale, informazione e potere, mostrando come l’ONU e la comunità globale appaiano sempre più divise di fronte al conflitto.




“Il mio film oscurato sull’impunità di Israele”
Sabina Provenzani intervista Christophe Cotteret, autore di “Disunited Nations”


Sabina Provenzano: Quali sono le responsabilità della comunità internazionale nel massacro a Gaza?

Cristophe Cotteret: Come istituzione, le Nazioni Unite hanno innegabili responsabilità in altri genocidi, come quello in Rwanda, che non sarebbe avvenuto se il contingente Onu non si fosse ritirato. Ma su Gaza hanno opposto tutta la resistenza possibile al massacro: sia il Segretario generale Gutiérrez, che per la sua esplicita condanna è stato bandito da Israele, sia la dirigenza dell’Unrwa. Ma, di fatto, l’Onu è efficace solo nel fornire aiuto umanitario, cioè far sopravvivere i sopravvissuti. Il problema vero è il supporto incondizionato degli Usa a Israele e quello di poche ma potenti nazioni che hanno continuato a mandare armi anche se condannavano a parole. Questo garantisce a Israele impunità. E naturalmente andrebbero riformati il meccanismo di veto e l’obbligo di unanimità per le decisioni.

SB: Francesca Albanese è il filo rosso del documentario. Perché è diventata la catalizzatrice di un movimento globale?

CC: Ho evitato di trasformare il film in un suo ritratto, perché quello che conta è che lei ha fatto solo il suo lavoro da giurista, definendo quello che accadeva a Gaza genocidio da un punto di vista tecnico. È stata la prima, ma non l’unica esperta a giungere a questa conclusione. Quello che l’ha resa il riferimento di parte dell’opinione pubblica è aver tenuto il punto senza farsi zittire.

SB: “Più che mai, la questione palestinese rivela il fallimento morale dell’Occidente verso il Sud globale”, dice nel doc…

CC: È l’onda lunga della sfacciata violazione del diritto internazionale perpetrata con la guerra in Iraq dopo l’11 settembre, che è stato anche la normalizzazione dell’islamofobia, di una guerra di civiltà su base razzista che rende oggi possibile infischiarsene di Gaza, normalizzare il massacro dei bambini. Senza parlare del doppio standard rispetto all’invasione russa dell’Ucraina. Credo che stiamo assistendo in Occidente a un distacco crescente fra politica e opinione pubblica, mentre ovunque, dagli Usa alla Francia, la politica di professione attacca la legge e i suoi rappresentanti… Ha iniziato Berlusconi, in fondo, e oggi a venire delegittimati sono le corti internazionali e i giuristi come Francesca.

SB: Ha incontrato ostacoli nel portare a termine il film? Censure, intimidazioni, rifiuti?

CC: Non censura diretta, ma autocensura e il terrore, specie nella prima fase della guerra, ad accettare la definizione di genocidio. In Francia non c’è stata alcuna copertura mediatica del film, benché sia piaciuto al pubblico, e so di un articolo pronto in una rivista importante, mai pubblicato. 

Fonte: Il Fatto Quotidiano - 02.01.2026



Post di Soumaila Diawara

C’è un silenzio particolare che accompagna Disunited Nations

Non è il silenzio dell’assenza, ma quello denso e inquieto che precede le parole necessarie. Il documentario di Christophe Cotteret non si limita a raccontare la crisi del sistema internazionale: la attraversa, la mette a nudo, la espone senza protezioni, come una ferita ancora aperta che il mondo preferisce non guardare.

Al centro c’è l’ONU, nata dalle ceneri del Novecento come promessa di pace e di giustizia, oggi spesso ridotta a un organismo paralizzato, svuotato, ostaggio dei rapporti di forza tra le potenze. Disunited Nations mostra con lucidità e rigore come il diritto internazionale venga piegato, aggirato o semplicemente ignorato quando diventa scomodo. Ma ciò che rende questo film davvero commovente non è solo la denuncia: è l’umanità che resiste dentro le macerie dell’ipocrisia globale.

La presenza di Francesca Albanese attraversa il documentario come una voce limpida, ferma, ostinata. La sua non è retorica, ma responsabilità morale. Ogni parola pesa perché nasce dalla consapevolezza che il diritto, senza coraggio, diventa complice dell’ingiustizia. In un tempo in cui le vittime vengono ridotte a numeri, statistiche, “danni collaterali”, Disunited Nations restituisce nomi, volti, dignità.

Cotteret costruisce un’opera sobria, mai urlata, e proprio per questo implacabile. Le immagini, i documenti, le testimonianze si intrecciano come un atto d’accusa che non cerca consenso, ma verità. Non c’è compiacimento né spettacolarizzazione del dolore: c’è il rispetto profondo per chi paga il prezzo più alto dell’arbitrio politico.

Si esce dalla visione con un nodo alla gola e una domanda che continua a bruciare: a cosa serve il diritto internazionale se non protegge i più deboli? Disunited Nations non offre risposte facili, ma ci ricorda che l’indifferenza è già una forma di colpa. È un film che ferisce perché costringe a guardare. Ed è bellissimo proprio per questo: perché, nel buio della disunione, accende una luce di responsabilità, memoria e coscienza.

È un invito a scegliere da che parte stare, quando il silenzio diventa una scelta politica.


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